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Un viaggio nella Tuscia: borghi, necropoli etrusche e sapori della tradizione

Elisa Monticellidi Elisa Monticelli· 26/08/2026 14:12
Un viaggio nella Tuscia: borghi, necropoli etrusche e sapori della tradizione

Ricordo ancora il momento in cui ho scattato la prima foto a Civita di Bagnoregio. Era un pomeriggio di settembre, quando la luce radente trasformava le pareti di tufo in sfumature dorate, e il silenzio della Val d'Orcia sembrava sospendere il tempo. Quella immagine mi ha spinto a scoprire più a fondo la Tuscia, quella regione del nord Lazio che custodisce tesori archeologici e paesaggi straordinari, ancora poco conosciuti rispetto alle mete più celebrate dell'Italia centrale.

La Tuscia non è un territorio facile da raccontare in poche righe. È un labirinto di borghi medievali abbarbicati su dorsali tufacee, di necropoli etrusche nascoste sotto terra, di sapori che rimandano a una tradizione agricola millenaria. Camminare per queste strade significa entrare in dialogo con la storia, riscoprir come le comunità umane si adattano ai paesaggi, come la memoria collettiva si conserva nei gesti quotidiani e nelle ricette tramandate.

I borghi: architetture di pietra e storie sospese

Inizierei il viaggio da Bagnoregio, il paese che mi ha affascinato più di ogni altro. Non per la facilità di accesso, ma per l'autenticità quasi anarchica che lo caratterizza. Le case in tufo grigio si arrampicano su pendii vertiginosi, collegate da vicoli tanto stretti da sembrare corridoi di una dimora sotterranea. Ho intervistato Rosa, una signora che abita lì da tutta la vita, e mi ha raccontato come ogni famiglia costruisce la propria casa scavando nella roccia, creando così una sorta di continuità architettonica con le abitazioni etrusche di duemila anni fa.

Civita di Bagnoregio merita una menzione speciale: è quella frazione accessibile solo tramite una passerella pedonale sospesa nel vuoto, quasi un ponte verso un'isola nel tempo. I tetti rossi, le facciate piene di crepe e storia, gli anziani seduti sulle panchine che osservano i rari visitatori con una miscela di curiosità e pazienza. Non è un borgo conservato artificialmente per il turismo: è un luogo dove le persone vivono davvero, dove si continua a coltivare e a tramandare saperi nonostante le difficoltà logistiche.

Poco distante si trova Monterosi, arroccato su un colle tra vigneti e uliveti. Qui il tempo scorre diversamente. Le piazze ospitano mercati settimanali dove venditori locali portano verdure coltivate negli orti circostanti, formaggi di capra, vino novello. Ho camminato per ore senza incontrare quasi nessuno, percependo però ovunque la presenza umana nei dettagli: i panni stesi alle finestre, i fiori nei balconi, i rumori domestici che filtrano dai muri in pietra.

Etruschi sotto i nostri piedi: i segreti delle necropoli

La Tuscia è il cuore della civiltà etrusca. Gli Etruschi non hanno costruito piramidi o templi monumentali paragonabili a quelli greci, ma hanno scavato nelle viscere della terra creando necropoli che rappresentano un'ingegneria funeraria sofisticatissima. Le tombe a camera, scavate nel tufo, rivelano una società complessa, consapevole dell'importanza di preservare i propri morti e di creare spazi dove il confine tra il mondo dei vivi e quello dei defunti diventa poroso e negoziabile.

La necropoli di Norchia è probabilmente il sito che mi ha maggiormente colpito. Si raggiunge attraverso un sentiero che scende precipitosamente in una vallata boscosa, e lì, sulla parete rocciosa opposta, si scorgono le facciate delle tombe rupestri, alcune ricavate in forma di piccoli templi con colonnati scolpiti nella roccia. Non ci sono vetrine o didascalie esplicative: si rimane soli di fronte alla testimonianza muta di una civiltà scomparsa, e quella solitudine diventa meditazione.

Volsinii Novi, l'odierna Orvieto, offre un approccio diverso. Il museo civico conserva reperti etruschi di straordinaria bellezza: ceramiche dipinte, bronzi, gioielli che raccontano di artigiani capaci di una precisione quasi ossessiva. Ma è il territorio circostante che continua la narrazione: camminando per le campagne intorno a Orvieto, si scorgono ancora nicchie di tombe scavate nella roccia, a volte accessibili, a volte sigillate dal tempo e dalla vegetazione.

I sapori della tradizione: dalla tavola alla memoria

Non è possibile comprendere la Tuscia senza assaggiarne i sapori. Ho mangiato alcune delle migliori pappardelle della mia vita in una trattoria di Civita, condite con un ragù di cinghiale cucinato da una donna di ottant'anni secondo una ricetta che rimonta almeno a tre generazioni. Il vino, naturalmente, è protagonista: la zona produce vini bianchi delicati, come l'Orvieto classico, che funzionano come accompagnamento perfetto alle verdure della stagione e ai formaggi locali.

Le comunità locali hanno mantenuto vive tradizioni culinarie attraverso IGP e denominazioni protette che valorizzano i metodi di produzione artigianale. Ho visitato caseifici familiari dove il latte di capra viene trasformato in formaggi a pasta morbida secondo processi che non richiedono conservanti artificiali. Ogni assaggio diventa un viaggio nel passato, un dialogo con il territorio e con chi lo abita.

Ritornare alla memoria visuale con cui ho iniziato questo racconto, quella foto di Civita al tramonto, significa comprendere che la Tuscia non si scopre attraverso monumenti impressionanti o attrazioni costruite per il grande turismo. Si scopre invece camminando lentamente, parlando con le persone, sedendosi in una piazza secondaria, assaporando un bicchiere di vino fatto da mani che conosci il territorio da una vita. È un viaggio che chiede pazienza e disponibilità al meravigliamento silenzioso: la Tuscia ricompensa chi sa ascoltare.

Elisa Monticelli
Elisa Monticelli

Elisa ha lavorato come fotografa freelance documentando festival tradizionali in Puglia e Sardegna. Nei suoi articoli unisce racconti di viaggio a itinerari culturali, valorizzando le feste popolari e gli angoli più autentici delle città italiane.